Il Tribunale può valutare la fattibilità economica (e non solo giuridica) di un concordato

Il Tribunale può valutare la fattibilità economica (e non solo giuridica) di un concordato

Una sentenza della Corte d’Appello di Milano dell’ottobre scorso (n. 2188/2013 R.G.) torna ad approcciare un tema ampiamente dibattuto in dottrina e già oggetto di vari pronunciamenti della giurisprudenza di merito e di legittimità (tra le altre, Cassazione n. 18864 del 15 settembre 2011 e, più recentemente, Cassazione n. 1521 23 gennaio 2013): quali sono i confini entro cui un Tribunale può muoversi in merito al giudizio di fattibilità di un piano concordatario? Qual è la linea di confine tra il sindacato in merito alla fattibilità giuridica del concordato, sempre consentita, e quello relativo alla fattibilità economica, di pertinenza dei creditori?


Il caso

Il caso trattato dai giudici meneghini trae le mosse da una proposta di concordato preventivo liquidatorio originariamente presentata al Tribunale di Busto Arsizio, con la previsione del soddisfacimento integrale dei creditori prededucibili e privilegiati, oltre al pagamento del 39% del ceto chirografario in tre anni. Dopo aver richiesto chiarimenti e integrazioni alla società ricorrente in merito ad alcune poste dell’attivo liquidatorio, il Tribunale di Busto emetteva un decreto di inammissibilità della domanda, pronunciando il contestuale fallimento della società ricorrente, confermato in appello dalla sentenza in premessa.

Nella fattispecie in esame, il piano prevedeva un attivo realizzabile a favore dei creditori composto per l’86% da crediti verso clienti da accertare nel corso di giudizi, in parte già avviati ed in parte da promuovere, di per se stessi soggetti ad esiti potenzialmente difformi (in difetto) da quanto risultante nella proposta concordataria; inoltre, le eventuali pronunce favorevoli, qualora emesse nel termine triennale di orizzonte del piano, non avrebbero comunque avuto natura definitiva, potendo formare oggetto di impugnazione e vanificando quindi la realizzabilità dello stesso nei tempi previsti.

Primo grado

I giudici di prime cure hanno considerato sufficienti tali considerazioni per asserire la non fattibilità giuridica del concordato sottoposto al loro giudizio, traendo peraltro elementi rafforzativi di tale assunto nell’inadeguatezza della relazione del professionista designato dalla ricorrente, non idonea a fornire ai creditori tutti gli elementi necessari per l’espressione di un consenso informato; ciò in quanto i fattori di criticità riscontrati dai giudici brianzoli non erano stati tenuti nella dovuta considerazione dal professionista designato, con pregiudizio per l’intero ceto creditorio. 
La ricorrente impugnava la sentenza sul presupposto di un’asserita incompetenza del Tribunale di Busto a valutare l’attendibilità economica del piano proposto, di competenza esclusiva dei creditori, contestando inoltre l’ingiusta valutazione in merito alle supposte carenze della relazione del professionista attestatore, nominato ai sensi dell’articolo 161 , 3° comma, legge fallimentare.

Appello

La Corte d’Appello confermava la decisione assunta dai giudici di primo grado e, richiamando le Sezioni Unite in ampi stralci della stessa sentenza, ribadiva la centralità della figura del professionista designato dal debitore e del suo ruolo di presidio per una corretta informazione riguardo alla fattibilità economica del piano concordatario; valutazione, quest’ultima, nelle mani dei creditori, che devono sempre poter fare affidamento sul meditato giudizio prognostico dell’attestatore.

Come a dire che, qualora il Tribunale rilevi che la relazione dell’esperto designato presenta lacune tali da inficiare l’attendibilità complessiva dell’operato di tale professionista e della relativa attestazione, è nella piena facoltà dei giudici dichiarare l’inammissibilità del piano proposto dal debitore, sul presupposto di una erronea e incompleta informazione nei confronti dei creditori.

Da ciò si conferma quanto stabilito dalla Cassazione, cioè che attiene al controllo di fattibilità giuridica del piano concordatario la verifica giudiziale sull’operato dell’esperto, che svolge funzioni assimilabili a quelle di un ausiliario del magistrato. 
Tornando allo specifico, l’attestatore non aveva tenuto in minima considerazione l’incertezza legata al contenzioso civile relativo ai crediti esposti nell’attivo, come pure aveva acquisito passivamente, senza farle proprie, le relazioni dei tecnici coinvolti nell’esame delle posizioni controverse riguardanti i suddetti crediti oggetto di contenzioso, con i relativi dati contabili che dalle stesse originavano (sul punto ignorando, tra l’altro, l’osservanza dei corretti principi contabili di riferimento).

Tale generico richiamo agli elaborati di altri professionisti, come pure i pedissequi rimandi alle asserzioni della società ricorrente in merito alle circostanze dalla stessa addotte, confermavano, per i giudici di appello, la superficialità dell’operato del professionista attestatore, che si era pronunciato favorevolmente senza compiere gli opportuni riscontri dei dati attestati, aderendo in modo passivo alle tesi della società debitrice.

Ciò autorizzava dunque il sindacato giudiziale circa la fattibilità giuridica della procedura in esame, in quanto è compito del Tribunale la verifica dell’effettiva realizzabilità della causa concreta del concordato, che ha un pilastro fondamentale nel ruolo dell’esperto designato dalla parte debitrice; laddove tale figura dimostri imperizia e superficialità nello svolgimento delle sue funzioni, viene anche meno la garanzia che il successivo giudizio dei creditori venga espresso in modo corretto e consapevole.

Dunque la Corte d’Appello ha ritenuto legittimo, oltre che conforme all’orientamento della Suprema Corte, il giudicato di primo grado, non riscontrando sul punto alcuna indebita “invasione di campo” nel merito della proposta.

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