Studi di settore, serve «collaborazione» da parte del contribuente

Studi di settore, serve «collaborazione» da parte del contribuente

Una recente ordinanza della Cassazione (n. 3302 del 13 febbraio scorso) riafferma la necessità di un approccio collaborativo da parte del contribuente nel rapporto con l’Ufficio, pena l’applicabilità di tali strumenti di presunzione semplice, rilevatori di possibili anomalie nella tax compliance. In particolare, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia contro la sentenza della Ctr del Lazio, ritenendo fondati i motivi addotti dalle Entrate.

Il processo da cui origina detta ordinanza trae le mosse da due avvisi di accertamento per Irpef, Irap e Iva sugli anni 2001 e 2002, emessi a seguito di rilevanti scostamenti “da studi” rispetto al reddito dichiarato dal contribuente, esercente l’attività di intermediario di commercio. Il contribuente, in fase precontenziosa, non aveva risposto ai questionari inviati dalle Entrate, né aveva dato riscontro all’invito al contraddittorio.

Eppure, in secondo grado, il ricorrente vedeva accogliere le proprie doglianze, sull’assunto della disponibilità, in capo all’Amministrazione, di tutti i dati necessari a riscontro dei ricavi dallo stesso dichiarati: in sostanza, il contribuente sosteneva che quanto esposto nel proprio modello Unico era agevolmente riscontrabile dai modelli 770 delle imprese sue committenti, documentazione già a disposizione dell’Agenzia, non rilevando perciò a nulla il comportamento omissivo da questi tenuto nella fase precontenziosa. 
Al contrario, i giudici della Cassazione hanno riaffermato la centralità dell’articolo 39 del Dpr 600/1973 in tema di accertamento induttivo e richiamato alcuni precedenti giurisprudenziali (tra l’altro, Cassazione n.26635/2009 ) che affermano la centralità del contraddittorio. Proprio il contraddittorio è ciò che non è stato attivato nel caso che ci occupa, stante l’assenza di risposta del contribuente all’invito formulato in tal senso dall’Ufficio; elemento, quest’ultimo, legittimante l’accertamento induttivo ex articolo 39, 2°comma, lettera d-bis del Dpr 600/1973.

Qualche perplessità in più, a margine della lettura di questa ordinanza, nascerebbe riguardo all’estendibilità dell’efficacia di tale accertamento, così prospettato, in materia di Iva, se si considera che il contraddittorio mancato non legittima l’accertamento induttivo di cui all’articolo 55 del Dpr 633/1972 (la legge 28/99 si è limitata a modificare l’articolo 39 del Dpr 600/73, lasciando inalterato l’articolo 55 del Dpr 633/72).

Sul punto, la Cassazione individua tuttavia nell’articolo 62-sexies del Dl 331/1993 la norma legittimante il comportamento dell’Agenzia, autorizzandosi per tale via l’ufficio finanziario, qualora ravvisi gravi incongruenze, a procedere all’accertamento induttivo, anche in presenza di una tenuta formalmente corretta della contabilità. Gli studi di settore costituiscono perciò senz’altro presunzioni semplici, la cui infondatezza deve sempre essere dimostrata mediante lo strumento del contraddittorio; fase quest’ultima, lo abbiamo più volte ribadito, che in questo caso è stata ignorata dal contribuente soccombente.

In conclusione, viene riaffermata, con l’ordinanza in commento, la necessità di un comportamento proattivo verso gli inviti e le comunicazioni dell’ufficio, ferme restando le criticità e le difficoltà che tale scambio di informazioni può comportare in tema di difesa verso uno strumento difficilmente oggettivabile, quale lo studio di settore.

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