Indeducibili i compensi degli amministratori

Indeducibili i compensi degli amministratori

La Cassazione, in una recentissima ed articolata sentenza (Cassazione civile, sezioneV, n. 5349 del 7 marzo 2014 ) torna ad occuparsi, tra gli altri, di alcuni temi che potrebbero ormai considerarsi dei “grandi classici” del contenzioso tributario: i requisiti per la deducibilità delle perdite su crediti e dei compensi degli amministratori di società. Eppure, da ogni sentenza della Suprema Corte è possibile trarre nuovi spunti di riflessione, anche alla luce della concomitante mutevole produzione legislativa.

Il primo aspetto giudicato nella sentenza in commento atteneva a una perdita su un credito, dedotta ai fini Irpeg, e alla conseguente verifica dei requisiti di certezza e precisione, prescritti dall’allora vigente articolo 66 Tuir (successivamente trasfuso nell’articolo 101 Tuir), che la ricorrente riteneva sussistere in relazione alla documentata irreperibilità della società debitrice, nonché del suo amministratore, e alla conseguente impossibilità di notifica del precetto.

Sul punto la Ctr del Lazio, chiamata a pronunciarsi, affermava che non poteva considerarsi sufficiente allo scopo la produzione di una comunicazione del legale incaricato al recupero del credito, che dava atto di tale circostanza. Ciò avrebbe potuto unicamente attestare l’eventuale assenza di convenienza economica ad agire, non già l’insolvenza del debitore (e dunque il requisito previsto dalla norma tributaria). A corollario di tale enunciato, la Corte citava alcuni precedenti (tra gli altri Cassazione n. 23863 del 19 novembre 2007) nei quali veniva richiamata la competenza del giudice di merito ad accertare la sussistenza, ai fini della deduzione fiscale, dei sopra menzionati requisiti di certezza e precisione; circostanza verificatasi nel caso di specie e confermata, pertanto, dai giudici di legittimità.

A conclusioni opposte, e dunque alla cassazione e rinvio della decisione alla Ctr, addiveniva la Suprema Corte riguardo alla deducibilità dei compensi degli amministratori, ritenuti tali dalla Ctr del Lazio in quanto oneri inerenti alla gestione di impresa, pur in assenza di una apposita delibera di determinazione degli stessi. Come accennato in premessa, trattandosi di un “classico” del contenzioso tributario, non poteva non mancare una precedente sentenza della Cassazione (Sezioni unite n.21933 del 28 agosto 2008), che chiaramente statuisce che il compenso degli amministratori, ove non determinato nello statuto della società (circostanza più unica che rara), per essere deducibile ai fini delle imposte dirette vada esplicitato in una delibera assembleare ad hoc, non essendo possibile assimilare indirettamente a tale intento deliberativo l’approvazione del bilancio di esercizio, comprendente, tra gli oneri di gestione, i costi di chi eserciti il potere gestorio.

L’unica possibile via d’uscita è rappresentata da un’assemblea totalitaria che, convocata per l’approvazione del rendiconto annuale, nel corso della sua discussione proceda all’approvazione del compenso degli amministratori; circostanza che consentirebbe di sanare l’assenza di un’apposita convocazione con un ordine del giorno specifico. Ogni modalità alternativa di ratifica è giudicata, dalla Suprema Corte, in contrasto con le norme civilistiche, imperative ed inderogabili; sul punto, pare dunque non esservi più spazio per interpretazioni difformi, diventando fondamentale porre la massima attenzione alle delibere assembleari pregresse ed ai corrispondenti compensi erogati.

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