Il “costo” di chiudere la partita IVA

Il “costo” di chiudere la partita IVA

Con l’approssimarsi della fine dell’anno, avanzano le valutazioni sulla possibile chiusura della posizione, ma attenzione ad oneri imprevisti.

I lavoratori autonomi in regime di cassa, tra i quali rientrano anche coloro che applicano i regimi agevolati dei cd. minimi e dei forfetari, in procinto di valutare l’eventuale chiusura della posizione IVA con la fine dell’anno, devono prestare particolare attenzione ad alcuni aspetti che potrebbero aggravare il carico fiscale.

Il primo aspetto riguarda l’estromissione dalla sfera professionale dei beni strumentali utilizzati nello svolgimento dell’attività.

La destinazione ad uso personale, o comunque estranea alla professione, di un cespite costituisce, a tutti gli effetti, una cessione di beni, imponibile ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e soggetta ai relativi obblighi di fatturazione, di dichiarazione e di versamento. E non è tutto, in quanto l’eventuale differenza positiva (cd. plusvalenza) tra il valore attuale, di mercato del bene estromesso ed il suo costo storico rappresenta materia imponibile ai fini dell’imposta sul reddito.

Secondariamente, si pone poi il problema delle operazioni non ancora incassate alla data del 31 dicembre.

Con la risposta ad un recente interpello, l’Agenzia delle Entrate afferma che l’incasso avvenuto dopo la cessazione della posizione IVA è da considerarsi reddito diverso.

Problema risolto? Solo in parte!

Il responso dell’Amministrazione Finanziaria lascia infatti aperti molti interrogativi, specie in merito al trattamento ai fini IVA (argomento, quest’ultimo, che non interessa i regimi fiscali agevolati dei cd. minimi e dei cd. forfetari).

Non essendo infatti possibile riattivare una partita IVA solamente per assolvere agli adempimenti fiscali richiesti, due appaiono le strade possibili:

  • mantenere attiva la partita IVA, con assolvimento di tutti gli obblighi connessi;
  • chiudere la posizione, imputare tutte le operazioni ancora “aperte” all’ultimo anno di attività, con l’effetto collaterale di anticipare le imposte, dirette ed indirette, su ricavi che in futuro potrebbero anche non avere mai effettiva manifestazione finanziaria (ad esempio, a causa del fallimento di un cliente).

Diventa dunque necessario ponderare attentamente la scelta, avendo presente tutte le variabili in campo, tra le quali il Fisco non può certamente essere trascurato.

In situazioni di illiquidità quale l’attuale contesto pandemico, l’ottimizzazione dei flussi finanziari non può che andare di pari passo con una adeguata pianificazione fiscale.

Dott. Marco Martinenghi

Dottore Commercialista

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