Accordi di ristrutturazione più appetibili

Accordi di ristrutturazione più appetibili

Il recente passato ha visto l’introduzione nel nostro ordinamento di istituti che tendono a una precoce emersione dello stato di crisi e a una sua celere risoluzione: gli accordi di ristrutturazione dei debiti (articolo 182-bis della Legge fallimentare), gli accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari e la convenzione di moratoria previsti dall’articolo 182-septies, oltre a formule stragiudiziali pure, come i piani attestati di risanamento.

Lo spirito della riforma persegue un miglioramento e una maggiore diffusione degli strumenti di privatizzazione della crisi d’impresa.
Il legislatore ha già tentato di apportare una miglioria al sistema delle procedure minori, varando l’articolo 182-septies, utile per le imprese in crisi ed fortemente esposte verso creditori finanziari, che possono raggiungere accordi con il 75% dei creditori appartenenti a una o più categorie omogenee del passivo, vincolando i creditori contrari al volere di una qualificata maggioranza.

Tale articolo ha costituito un primo tentativo di avvicinamento tra le tutele da garantire all’accordo di ristrutturazione dei debiti, che non vincola i creditori estranei e ha riscosso per questo poco successo, con il concordato preventivo, caratterizzato dalla soggezione dei creditori contrari al piano al volere della maggioranza.

La convenzione di moratoria

La delega si concentra su linee guida che accrescono l’appetibilità degli accordi di ristrutturazione, penalizzati nella loro diffusione dalle pesanti difficoltà che incontrano le imprese in crisi nel liquidare i creditori estranei, a oggi entro 120 giorni dall’omologazione.

Una prima direttiva che si propone di favorirne l’incentivazione è l’estensione della procedura ex articolo 182-septies all’accordo di ristrutturazione non liquidatorio o alla convenzione di moratoria conclusa con creditori, anche non bancari o finanziari, che rappresentino almeno il 75% dei crediti di una o più categorie omogenee.

È chiaro il tentativo di attrarre l’accordo di ristrutturazione in una disciplina che preveda il cram down per i creditori non aderenti, limitando o escludendo – dipenderà dal decreto delegato – i veti dei creditori estranei all’accordo.

Un altro elemento coerente è la volontà di eliminare o ridurre il limite del 60% dei creditori necessari per la stipula di un accordo omologabile ai sensi dell’articolo 182-bis.

Ciò sarà possibile a condizione che non si proponga la moratoria del pagamento dei creditori estranei, ma sia attestata l’idoneità dell’accordo a soddisfare questi ultimi in modo integrale, e non si richiedano le misure protettive di divieto di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive nella fase preliminare delle trattative che anticipano la formalizzazione dell’accordo.

Questi sono alcuni princìpi cui i tecnici incaricati dal governo dovranno attenersi, con la finalità di accrescere la fruibilità per le imprese in crisi delle procedure concorsuali o stragiudiziali minori, con la stipula di contratti plurilaterali atipici ad effetto remissorio, in particolare dell’accordo previsto dall’articolo 182-bis; ne sia conferma quanto affermato alla lettera c), n. 1 dell’articolo 5 della legge delega, laddove si prevede di assimilare la disciplina delle misure protettive degli accordi di ristrutturazione dei debiti a quella prevista per il concordato preventivo, in quanto compatibile.

Ciò rende ancor più evidente la progressiva volontà del legislatore di ridurre l’intervento giudiziale e l’onere di procedure con più organi mediante la rimodulazione di iter procedurali più snelli e rapidi, meno formalizzati e con minori presìdi (soprattutto professionali) coinvolti nelle varie fasi.

Questo tentativo potrebbe essere rappresentato dagli accordi di ristrutturazione, finora utilizzati al di sotto delle potenzialità a essi originariamente attribuite, che manterrebbero soltanto la presenza di un advisor e di un attestatore, oltre all’omologa del Tribunale.

I piani di risanamento

Per quanto riguarda i piani attestati di risanamento, la delega non indugia troppo nel dettaglio procedurale, trattandosi di una forma tecnica di ristrutturazione aziendale totalmente privatistica, eccezion fatta per la figura dell’attestatore, imposta dalla legge per garantire gli effetti protettivi delle azioni contemplate nel piano.

L’articolo 5 della legge delega sottolinea solo alcuni aspetti operativi:

  • la necessità della previsione di una formalizzazione degli stessi piani, mediante forma scritta, data certa e un contenuto analitico,
  • e la necessità di rinnovazione delle attestazioni prescritte ai sensi dell’articolo 67, comma 3, lettera d), della Legge fallimentare, nel caso di successive modifiche non marginali dell’accordo.

Precisazioni tutt’altro che superflue e che dovranno indirizzare questo strumento a una maggiore ritualità formale.

Michele D’Apolito

Dottore Commercialista e Revisore Legale

Managing Partner

 

*Questo articolo è stato pubblicato inizialmente in Il sole 24 OreMercoledì 1 Novembre 2017.

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