Abuso del diritto, dalla Cassazione «mano libera» alle interpretazioni delle Entrate

Abuso del diritto, dalla Cassazione «mano libera» alle interpretazioni delle Entrate

La pianificazione fiscale delle operazioni societarie passa sempre da un calcolo di convenienza, a sua volta condizionato dalle norme applicabili ai fini delle imposte dirette e indirette. Se si progettano ristrutturazioni complesse, oppure riassetti societari, si pone senz’altro il tema del tax planning quale elemento decisivo per imboccare una strada anziché l’altra.

Una recente sentenza della Cassazione (7335 depositata il 28 marzo scorso ) contribuisce a rendere sempre più confuso il contesto entro cui porre in essere queste operazioni, riproponendo il tema dell’abuso del diritto, costrutto giurisprudenziale privo di una specifica codificazione normativa (la commissione Gallo, da poco insediata, avrà il compito di porre alcuni riferimenti certi a disciplinare questo ambito all’interno dell’attuazione della delega fiscale).

La fattispecie esaminata dalla Suprema corte riguarda alcuni soci che, nel 2002, hanno costituito una Snc conferendovi un’azienda e alcuni immobili; in seguito, gli stessi hanno ceduto le quote della società conferitaria. L’agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di liquidazione ai fini dell’imposta di registro, riqualificando a tali fini le operazioni in cessione d’azienda e fabbricati; la società ha impugnato l’atto in Ctp, ottenendone l’annullamento, ma la Ctr ha ribaltato l’esito applicando l’articolo 20 del Dpr 131/1986 (a norma del quale «l’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente»).

La Cassazione ha confermato quanto deciso in secondo grado, richiamando in parte quanto già disposto da un’altra sezione della stessa Suprema Corte (Cassazione 14150/2013): veniva cioè ribadita la centralità della natura intrinseca degli atti registrati rispetto al loro titolo e forma apparente, la prevalenza della sostanza sulla forma.

Nel caso di specie, la sostanza era quella di un indubbio risparmio di imposta, vista la diversa tassazione prevista per i conferimenti d’azienda (imposta di registro in misura fissa) rispetto all’operazione effettivamente perseguita, cioè la cessione d’azienda (tassata in misura proporzionale).

Da un certo punto di vista, seguendo questi sillogismi, il banco, cioè le Entrate, vince sempre; e ciò anche a dispetto di una legittima e preventiva valutazione di opportunità che un soggetto economico può porsi in merito al carico fiscale previsto per una concatenazione di atti societari.

Se si afferma cioè il principio che l’amministrazione può reinterpretare a posteriori il collegamento negoziale di più atti, pro domo sua, anche laddove il tributo di specie (nel caso, l’imposta di registro) si applichi per sua natura e definizione alla singola operazione, non si va verso un’armonizzazione del sistema ed una chiarificazione del rapporto Fisco-contribuenti.

E ciò è ancor più vero se si considera che ai fini delle imposte dirette, per le medesime operazioni trattate nella sentenza della Cassazione, il Tuir contiene una esplicita esimente della disciplina antielusiva (all’articolo 176, comma 3, Dpr 917/1986, in base al quale: «Non rileva ai fini dell’articolo 37-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, il conferimento dell’azienda secondo i regimi di continuità dei valori fiscali riconosciuti o di imposizione sostitutiva di cui al presente articolo e la successiva cessione della partecipazione ricevuta per usufruire dell’esenzione di cui all’articolo 87, o di quella di cui agli articoli 58 e 68, comma 3»). Una distonia del sistema su cui è necessario intervenire al più presto, per non lasciare nell’incertezza totale imprese e consulenti.

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